Giudice interno o giudice comunitario? Incompatibilità in maniera del diritto europeo (diritto del lavoro)

Area di competenza: in quali materie può intervenire l’unione europea?
La limitazione alla sovranità nazionale non può essere non tutelata, senza definizioni di confini ed intervento.
Questi confini esistono e sono fissati in materia sociale dall’articolo 151 del trattato sul funzionamento dell’unione europea.
Fermo restando che anche se non interviene l’unione europea gli stati membri possono comunque legiferare. Questo però va tutelato con il primato del diritto dell’unione europea sul diritto interno.
Dove legittimamente interviene l’unione europea il legislatore interno deve cedere il passo e legiferare in maniera concorde con le norme comunitarie.
Nel caso in cui il legislatore interno non trasponga una direttiva europea o detti delle norme in contrasto con un regolamento europeo queste norme dovranno essere diapplicate e applicate le norme con diritto dell’unione.
Si tratta di un aspetto molto delicato che prevede la disapplicazione del diritto interno incompatibile.

Chi è che giudica l’incompatibilità? Il giudice interno o il giudice comunitario?

Qui dipende se si tratta di un’eccezione strumentale; nel caso in cui sia già intervenuta un’interpretazione consolidata può provvedere il giudice interno.
Nel caso in cui la norma dell’unione invece sia una norma controversa in cui si possa discutere l’applicabilità sottoposta a un esame completo del giudice in questo caso vi è il rinvio alla corte di giustizia, noto come “rinvio pregiudiziale”: pregiudiziale quindi rispetto alla causa.
Quindi entrambi i giudici intervengono in un rapporto di leale collaborazione tra legislazione interna e legislazione dell’unione europea.

Le problematiche possono accadere per diversi motivi, a volte realizzati in maniera tale da mantenere una discrezionalità interna agli stati o per evitare costi eccessivi insostenibili per il sistema dei conti pubblici; la risultanza finale ad ogni modo è che sono numerosi i casi del genere.

Da ricordare è che una direttiva è vincolante per lo stato membro aderente.

Abbiamo genericamente anche il tema delle condizioni di lavoro, ad esempio la direttiva comunitaria del 91, una direttiva che può lasciare dei dubbi in quanto può essere vista come “scontata” ma in realtà non è affatto scontata in numerosi contesti sociali disagiati.
Esitono numerosi casi che non riguardano unicamente il lavoro in nero; spesso ad ogni modo i soggetti vengono assunti oralmente senza alcuna formalizzazione, una prassi illecita che pone in una grave condizione di mancata conoscienza del lavoratore che sarà in difficoltà anche per esercitare i propri diritti.

Nell’ambito delle norme sociali europee vi è uno spazio che non viene disciplinato in maniera uniforme; esistono infatti interventi di hard law, soft law (orientamento o indirizzo), e ci sono materie in cui pur potendo l’unione europea non è intervenuta preferendo invece l’autolimitazione e rimnendo sul piano del principio generale.
Questo permette di lasciare agli stati membri il compito effettivo di disciplinarla secondo le peculiarità del proprio sistema. Il tema principale che rientra in questa categoria è quello della contrattazione collettiva in cui si è affermato il principio della liberà sindacale e della contrattazione collettiva, quindi il principio per cui tutti gli stati europei devono garantire ai singoli e alle organizzazioni libertà di costituzione e organizzazione.

Quindi è possibile costruire, aderire o non aderire a un’organizzazione sindacale; così come deve poter svolgere attività di proselitismo e promozione all’associazione sindacale alla quale aderisce. Si tratta di un affermazione che vale per tutti i paesi membri e che è contenuta nella carta dei diritti fondamentali; ad ogni modo oltre non si è andato quindi ad esempio non si è sceso sul tipo di organizzazione sindacale che possa stipulare un contratto collettivo, sulle rappresentanza in azienda, le modalità di costruzione delle associazioni sindacali, e così via.
Pertanto questi aspetti sono lasciati alla discrezionalità degli stati membri; pertanto in alcuni stati membri la contrattazione collettiva è efficace solo per soggetti aderenti alle organizzazioni sindacali stipulanti, oppure ci sono altri modelli che considerano erga omnes queste stipulazioni, e quindi valenti per l’intero cerchio dei soggetti di quell’ambito.
Ad ogni modo ciò non significa che l’unione europea non si sia occupata sui soggetti collettivi, ma al contrario essa è intervenuta in diversi ambiti, ad esempio ponendo ad esempio a carico delle imprese di dimensioni europee obblighi di formalità comunicativa a favore di soggetti sindacali europei o nazionali.

Vi è infine una quarta categoria di ambiti in cui l’unione europea non può intervenire: sciopero e retribuzioni, dove l’Ue non ha competenza legislativa comunitaria.
La definizione ad esempio del minimo salariale è una materia di materia statale: il minimo imposto per cui i datori di lavoro devono comunque garantire, non oggetto di libera contrattazione tra le parti, o meglio le parti possono contrattare sopra il salario minimo ma non possono scendere al di sotto.

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