Differenza tra assemblea ordinaria e assemblea straordinaria in spa

L’assemblea è l’organo che riunisce i soci della spa, ovvero i titolari di azioni idonei ad esercitare il diritto di voto. È la sede in cui i soci adottano le decisioni che il legislatore riserva alla loro competenza, nel rispetto delle particolari procedure previste dalla legge.

Ci sono quindi alcune materie in ordine delle quali le decisioni sono assunte dai soci che decidono riunendosi in assemblea. Il metodo assembleare nelle spa è imperativamente prescritto dalla legge, a differenza di quanto accade nelle società di persone e nelle srl. Da qui l’importanza del meccanismo e delle regole procedimentali previste dalla legge.

Al metodo assembleare si lega necessariamente il principio maggioritario, che è il principio in forza del quale le decisioni sono assunte dai soci non all’unaminità, la maggioranza è calcolata non per teste, ma per quote di partecipazione al capitale sociale. Si tratta di una maggioranza perciò determinata in base al numero di voti che ciascun socio può esercitare in assemblea. Questo numero dipende in via generale dal numero di azioni possedute dal socio, quindi dal contributo del socio alla copertura del capitale sociale.

Si vuole distinguere l’assemblea della spa in assemblea ordinaria e assemblea straordinaria. Non si tratta di due organismi distinti, ma è sempre l’assemblea generale degli azionisti. L’aggettivo “ordinaria” e “straordinaria” dipende dalle materie su cui i soci sono chiamati ad assumere le decisioni. A seconda delle diverse materie, il legislatore prevede anche maggioranze diverse affinché la decisione presa possa dirsi assunta. Generalmente sono richieste maggioranze più consistenti nelle deliberazioni in sede di assemblea straordinaria, in quanto si tratta di decisioni che riguardano per lo più modificazioni dell’atto costitutivo e dello statuto.

L’assemblea straordinaria delibera sulle modificazioni statuarie, sulla nomina, revoca e sostituzione e sui poteri dei liquidatori, su ogni altra materia espressamente attribuita alla legge. Alcune di queste materie possono essere delegate agli amministratori tramite l’atto costitutivo o tramite successive modificazioni dello statuto (emissione di obbligazioni convertibili in azioni, aumento del capitale sociale, e nei casi previsti dal presente articolo 2365 del codice civile).

Articolo 2365 del codice civile:

L’assemblea straordinaria delibera sulle modificazioni dello statuto, sulla nomina, sulla sostituzione e sui poteri dei liquidatori e su ogni altra materia espressamente attribuita dalla legge alla sua competenza.

– Fermo quanto disposto dagli articoli 2420-ter e 2443, lo statuto può attribuire alla competenza dell’organo amministrativo o del consiglio di sorveglianza o del consiglio di gestione le deliberazioni concernenti la fusione nei casi previsti dagli articoli 2505 e 2505-bis, l’istituzione o la soppressione di sedi secondarie, la indicazione di quali tra gli amministratori hanno la rappresentanza della società, la riduzione del capitale in caso di recesso del socio, gli adeguamenti dello statuto a disposizioni normative, il trasferimento della sede sociale nel territorio nazionale. Si applica in ogni caso l’articolo 2436.

Anche le decisioni di competenza dell’assemblea straordinaria non devono essere decise all’unanimità, è sufficiente il consenso della maggioranza, anche se si tratta di maggioranza particolarmente qualificata.

Assemblea ordinaria

Il legislatore della riforma del diritto societario consente alla s.p.a. la possibilità di adottare tre modelli alternativi di amministrazione e controllo. Qualunque sia il modello adottato, l’organo assembleare permane, ma cambiano i poteri e le competenze dell’assemblea. Infatti, nel caso sia adottato il modello dualistico, alcune delle materie tradizionalmente affidate alle decisioni dell’assemblea sono demandate al consiglio di sorveglianza.

In caso di adozione del modello tradizionale l’assemblea ordinaria degli azionisti esprime direttamente i membri dell’organo amministrativo e i membri dell’organo di controllo interno. È prevista inoltre la nomina del revisore legale dei conti.

In caso di adozione del modello monistico, invece, l’assemblea esprime direttamente i membri dell’organo amministrativo, mentre l’organo di controllo interno non è più il colleggio sindacale, ma è un comitato di controllo sulla gestione, i cui membri sono scelti dagli amministratori. I membri dell’organo di controllo interno quindi, in questo modello, sono scelti soltanto indirettamente dall’assemblea.

Alle competenze del modello monistico, invece, l’assemblea esprime direttamente i membri dell’organo amministrativo, mentre l’organo di controllo interno non è più il colleggio sindacale, ma è un comitato di controllo sulla gestione, i cui membri sono scelti dagli amministratori tra gli amministratori. I membri dell’organo di controllo interno quindi, in questo modello, sono scelti soltanto indirettamente dall’assemblea.

Alle competenze attribuite all’assemblea ordinaria nei primi 4 punti del presente articolo e nel sesto:

1) Approvazione del bilancio;
2) Nomina di amministratori, sindaci, revisore legale dei conti;
3) Eventuale determinazione del compenso di amministratori e sindaci;
4) Deliberazioni sulla responsabilità degli amministratori
5) Approvazione dell’eventuale regolamento dei lavori assembleari.

Vanno aggiunte infine (come sesto elemento) le ulteriori materie che la legge attribuisce alla sua competenza; la legge e lo statuto possono prevedere particolari decisioni degli amministratori, per la cui attuazione è richiesta l’autorizzazione dell’assemblea. Ad esempio è richiesta l’autorizzazione dell’assemblea per l’operazione di acquisto di azioni proprie; l’articolo 2433 prevede che la stessa assemblea chiamata all’approvazione del bilancio decide anche alla destinazione degli utili di bilancio.

Proprio la formulazione dell’articolo n°5 dell’articolo 2364 esclude che all’assemblea siano attribuite dallo statuto competenze, quindi decisioni, ulteriori rispetto a quelle previste dalla legge, esclude quindi che all’assemblea siano attribuite decisioni inerenti alla gestione.

All’assemblea al massimo può essere attribuita la facoltà di esprimere un’autorizzazione. L’autorizzazione è l’atto che rimuove l’impedimento al compimento di un atto degli amministratori, ma la decisione riguardo all’atto compete sempre agli amministratori. Se l’autorizzazione è concessa, gli amministratori possono decidere se compiere o meno l’atto per cui è stata concessa l’autorizzazione. In ultima battuta, quindi, la decisione circa il compimento o meno di un atto è degli amministratori, anche se autorizzati, e non dell’assemblea. Questa è la ragione per cui gli amministratori sono responsabili del compimento degli atti di gestione, in quanto è a loro che può essere chiesto di rendere conto dell’operazione compiuta.

Questa è una norma cardine, di sistema, per il modello della spa, in quanto differenzia questo modello da quello della srl, dove il confine tra organo amministrativo e competenze assembleari è un confine mobile, perché i soci possono essere investiti di decisioni vere e proprie in tema di gestione della società.

La gestione sociale consiste quindi nel compimento delle operazioni preordinate al conseguimento dell’oggetto sociale. Qualunque operazione preordinata al conseguimento dell’oggetto sociale è di competenza esclusiva degli amministratori.
In conclusione, le competenze dell’assemblea degli azionisti sono solo quelle previste tassativamente dalla legge. Lo statuto può eventualmente attribuire all’assemblea competenze in termini di autorizzazione al compimento di determinate operazioni, le quali rimangono esclusivamente di competenza degli amministratori.

L’assemblea ordinaria dei soci nel modello dualistico

In caso di adozione del modello dualistico, alcune competenze tipiche dell’assemblea nel modello tradizionale vengono attribuite al consiglio di sorveglianza stesso. In queste società l’assemblea ordinaria:

  • Non approva il bilancio di esercizio;
  • Nomina i membri del consiglio di sorveglianza che è un organo con funzioni vicine a quelle del colleggio sindacale;
  • I membri del consiglio di gestione, ovvero i membri dell’organo amministrativo, non sono nominati dall’assemblea orfinaria degli azionisti, ma dal consiglio di sorveglianza, quindi nel modello dualistico, gli amministratori non sono più espressione diretta dell’assemblea degli azionisti.

Svolgimento dell’assemblea ordinaria

Lo svolgimento dell’assemblea è procedimentalizzato dal legislatore, ed è scandito in diverse fasi:

  • Convocazione
  • Riunione
  • Discussione
  • Votazione
  • Verbalizzazione

La convocazione è l’atto che compete agli amministratori con il quale si dà indicazione ai soci del luogo, giorno e ora in cui avverrà la riunione assembleare, indicando anche l’ordine del giorno, ovvero l’elenco delle materie su cui i soci sono chiamati a decidere. L’ordine del giorno è importante in quanto è in base a questo che l’assemblea è ordinaria o straordinaria, ed è inoltre preordinato a rendere i soci convocati consapevoli delle materie riguardo alle quali essi dovranno esprimere il voto. L’ordine del giorno perimetra anche i lavori assembleari perché l’assemblea potrà decidere soltanto sulle materie definite dall’ordine del giorno. Le formalità della convocazione sono quindi viste dal legislatore come fondamentali, al punto che un vizio della convocazione può comportare anche l’invalidità della delibera assembleare stessa.

La convocazione deve poi essere resa fruibile dai soci, è richiesta quindi la pubblicazione nella gazzetta ufficiale della repubblica, o almeno in un quotidiano indicato dallo statuto, almeno 15 giorni prima dell’assemblea. Nelle società chiuse è però possibile derogare alla pubblicazione della convocazione mediante comunicazione ai soci con strumenti che garantiscono la certezza dell’avvenuto ricevimento.

In mancanza delle formalità previste dal presente articolo l’assemblea non può validamente costituirsi, a meno che non siano comunque presenti tutti i soci e la maggioranza dei membri degli organi amministrativi e di controllo. Si tratta in questo caso di “assemblea totalitaria“, ed è validamente costituita. In tale ipotesi ciascun socio può però opporsi alla discussione degli argomenti per i quali non si ritiene adeguatamente informato. Si tratta quindi di un’assemblea validamente costituita ma “precaria”.

L’assemblea può essere convocata dagli amministratori se lo ritengono opportuno, ma ci sono casi per cui la legge rende la convocazione obbligatoria; almeno una volta l’anno, entro il mese di Aprile, l’assemblea ordinaria deve essere costituita per l’approvazione del bilancio di esercizio.

Altra ipotesi di convocazione obbligatoria è quella prevista all’articolo 2446, ovvero in caso si verifichi una causa di scioglimento, gli amministratori, contestualmente all’accertamento della causa di scioglimento, devono convocare l’assemblea perché deliberi sulla nomina dei liquidatori, sui loro poteri, eccetera.

Altra ipotesi è quella prevista dall’articolo 2361, che prende in considerazione l’ipotesi dell’acquisto di partecipazione della spa in altre società. Nel caso in cui gli amministratori intendano acquistare per conto della spa partecipazioni in società di persone (la spa diviene illimitatamente responsabile per le obbligazioni della società), essi devono convocare l’assemblea e richiederne l’autorizzazione.

Se l’assemblea è validamente convocata, si costituisce l’assemblea. L’assemblea è validamente costituita se nel luogo, giorno ed ora indicati dall’avviso della convocazione è presente un numero di soci sufficiente ad esprimere una certa percentuale del capitale sociale prevista dalla legge. Si rende quindi necessario esprimere una certa percentuale del capitale sociale prevista dalla legge. Si trova quindi necessario verificare la sussistenza di questa condizione, ed inoltre che all’assemblea partecipino i soggetti legittimati all’esercizio del diritto di voto in quella particolare assembela. Il soggetto incaricato di effettuare queste verifiche è il presidente dell’assemblea.

I quorum costitutivi e deliberativi sono espressi dagli articolo 2368 e 2369.

Il quorum costituitvo è la percentuale di capitale sociale che deve essere rappresentata in assemblea dai soci convenuti affinché questa sia validamente costituita.

Il quorum deliberativo è la maggioranza necessaria affinché le deliberazioni assunte dall’assemblea siano valide. I quorum cambiano che si tratti di assemblea ordinaria o straordinaria, che si tratti di prima convocazione o convocazioni successive, che si tratti di società aperta o società chiusa.

Il quorum costitutivo potrebbe non essere raggiunto alla prima convocazione. In questo caso si procede ad una seconda convocazione, e si abbassano i quorum costitutivi richiesti dalla legge (ad esempio per la’ssemblea ordinaria non è richiesto alcun quorum costitutivo).

Quindi , ricapitolando:

  • Quorum costitutivo: quando è rappresentata almeno la metà del capitale sociale;
  • Quorum deliberativo: maggioranza assoluta del capitale sociale rappresentato in assemblea

Per la nomina delle cariche sociali (membri dell’organo amministrativo e dell’organo di controllo interno) è possibile che lo statuto preveda dei meccanismi differenti che escludano o limitino il principio maggioritario. È possibile quindi prevedere meccanismi che permettano anche ai soci di minoranza di esprimere i propri candidati, si parla allora di voto per lista.

Assemblea straordinaria in prima convocazione

Società chiusa: delibera con il voto favorevole di più della metà del capitale sociale (quorum deliberativo), il quorum costitutivo è ricavabile implicitamente, ovvero se per la delibera è necessario il voto favorevole di più del 50% del capitale sociale allora anche il quorum costitutivo è più del 50% del capitale sociale.

Società aperta: il quorum costitutivo è almeno il 50% del capitale sociale, il quorum deliberativo è almeno i 2/3 del capitale sociale rappresentato in assemblea.

Per l’assemblea straordinaria lo statuto può prevedere maggioranze più elevate, ma è esclusa per legge l’unaminità, in quanto il legislatore parla di “maggioranze più elevate”. Non è quindi possibile ridurre i quorum previsti dalla legge.

Nel computo dei quorum sono escluse le azioni prive di voto nell’assemblea, ovvero azioni appartenenti a categorie con voto limitato o escluso. Salvo diversa disposizione di legge, invece, le azioni per le quali non può essere esercitato il diritto di voto, sono computate ai fini del calcolo del quorum costitutivo, ma non del calcolo del quorum deliberativo. Si tratta di azioni fornite di diritto di voto, ma è la particolare situazione in cui si trova l’azionista che impedisce l’esercizio del diritto di voto. Ad esempio il socio in mora nei versamenti non può esercitare il diritto di voto; o ancora, per le azioni proprie detenute in portafoglio il diritto di voto è sospeso. Esse si computano sia ai fini del calcolo del quorum costitutivo, sia per il calcolo del quorum deliberativo.

Per le società chiuse se non si raggiunge il quorum costitutivo della prima convocazione si procede alla seconda convocazione, la data della quale può essere già prevista nella comunicazione della prima convocazione. Il legislatore consente che lo statuto delle società aperte preveda che sia esclusa la prima convocazione. Ovvero che sia prevista un’unica convocazione a cui si applicano i quorum propri delle maggioranze più ridotte che sono proprie della seconda o terza convocazione.

NOTA:

Per quanto riguarda l’assemblea ordinaria in seconda convocazione: è priva di quorum costitutivo,  mentre il quorum deliberativo indica la maggioranza assoluta del capitale sociale rappresentato in assemblea. Lo statuto può prevedere maggioranze diverse, salvo che per l’approvazione del bilancio e la nomina e la revoca delle cariche sociali. Questo perché si tratta di scelte che, se non assunte, paralizzano la società.

Per quanto riguarda invece l’assemblea straordinaria in seconda convocazione le cose cambiano, in quanto essa delibera riguardo a temi particolarmente delicati, quali le modificazioni statuarie, scioglimento, liquidazione della società; si configura quindi più ragionevole richiedere maggioranze più elevate. In questo caso quindi il quorum costitutivo per l’asseblea straordinaria in seconda convocazione è di oltre un terzo del capitale sociale mentre per quanto riguarda il quorum deliberativo almeno due terzi del capitale sociale rappresentato in assemblea.

Nelle società aperte il legislatore favorisce la costruzione delle assemblee, stabilendo quorum più bassi rispetto a quelli previsti per le società chiuse. Questo perché nelle società aperte è fisiologico l’assenteismo dei soci in assemblea, mentre nelle società chiuse la compagine sociale è ridotta, e i soci sono tendenzialmente intenzionati ad esprimere il proprio voto. Queste materie sono modificazioni dell’atto costitutivo, assunte dall’assemblea, mentre nelle società chiuse la compagine sociale è ridotta, e i soci sono tendenzialmente intenzionati ad esprimere il proprio voto favorevole, all’assunzione della delibera.

Anche la deliberazione inerente all’operazione di aumento di capitale con esclusione del diritto di opzione è soggetta ad un quorum deliberativo particolarmente significativo (oltre la metà del capitale sociale), quorum che opera anche in seconda convocazione.

Legittimazione del socio

Il diritto di intervento in assemblea è legato al diritto di voto nell’assemblea. Rimane necessario che l’azionista (o il creditore pignoratizio o l’usufruttuario delle azioni) sia legittimato all’intervento.

Se le azioni NON sono rappresentate da titoli e NON sono dematerializzate, l’azionista è legittimato all’intervento in quanto iscritto nel libro dei soci.

Se le azioni sono rappresentate da titoli azionari (nominativi), lo statuto può richiedere che l’azionista depositi i titoli azionari presso la sede della società o presso una banca indicata nella convocazione. Il preventivo deposito dei titoli è preordinato alla verifica della legittimazione dell’azionista. La legittimazione dipende dal possesso del titolo azionario, qualificato dalla serie continua delle girate autenticate. Se lo statuto della società non prevede il preventivo deposito, la legittimazione si ottiene il giorno stesso in cui si svolge l’assemblea.

Se le azioni sono dematerializzate, affinché il socio possa intervenire in assemblea è necessaria l’intermediazione dell’intermediario aderente al sistema, il quale, in base alle risultanze dei conti accesi per ciascun cliente, l’intermediario effettua una comunicazione alla società emittente. È sulla base della comunicazione dell’intermediario che la società legittima il socio all’intervento. Ogni variazione intervenuta sui conti nel periodo che intercorre tra la data della comunicazione e la costituzione dell’assemblea non rileva ai fini della legittimazione.

Nella società chiusa è consentito l’intervento anche a distanza, tramite comunicazione telematica o tramite l’espressione del voto per corrispondenza.

È possibile intervenire in assemblea anche attraverso un rappresentante, attribuendogli una delega di voto.

Questa disciplina riguarda le società quotate, per quelle quotate la disciplina è molto più complessa. La delega di voto è un contratto che implica anche il potere di rappresentanza, ovvero l’azionista attribuisce ad un terzo il potere di intervenire ed esprimere il proprio voto in assemblea.

  • Nelle società chiuse lo statuto può escludere la possibilità di delega
  • Nelle società aperte lo statuto non può escludere la possibilità di delega

La delega deve essere stipulata per iscritto, deve riportare il nome del rappresentante (non può essere rilasciata in bianco), può essere revocata in qualsiasi momento nonostante qualsiasi patto contrario.

Nelle società chiuse la delega può essere conferita per tutte le assemblee. Nelle società aperte questo non è possibile, la delega può essere conferita solo per singole assemblee, salvo che la rappresentanza sia generale, oppure si tratti di procura conferita da un soggetto collettivo ad un proprio dipendente. Si vuole così evitare la intercetta di deleghe di voto.

Limiti alla rappresentanza in assemblea

La rappresentanza non può essere conferita a membri degli organi sociali o dipendenti della società, né a società controllate, né a membri degli organi sociali o a dipendenti di queste. Questo perché amministratori e sindaci possono intervenire in assemblea solo in quanto azionisti della società, mentre per quanto riguarda i dipendenti si suppone che questi siano soggetti ad un vincolo di subordinazione rispetto agli amministratori, e che quindi eseguano i loro ordini. Stesso discorso vale per le società controllate. Il secondo limite riguarda le quantità al numero di deleghe ottenibili, invitiamo a guardare l’articolo 2372 in proposito. Tali due limiti non si applicano alle società per azioni quotate in quanto per queste si applica la disciplina dettata dalla legislazione speciale.

Verbalizzazione

Le deliberazioni assembleari devono risultare dal verbale, redatto e sottoscritto dal presidente dell’assemblea e dal suo segretario, oppure dal notaio incaricato. Il verbale riveste un elemento essenziale nello svolgimento dei lavori assembleari, tant’è che i vizi del verbale provocano anche l’invalidità della delibera assembleare contenuta.

Il verbale deve essere redatto in modo tempestivo, sebbene la legge non indichi un termine.

Contenuto del verbale

Il contenuto del verbale è analiticamente previsto dalla legge, in quanto questo deve consentire la verifica dell’andamento dell’assemblea, quindi sopratutto la verifica della validità della costituzione e della deliberazione. L’individuazione dei singoli soci che sono intervenuti ed hanno votato in assemblea e l’indicazione del voto di ciascun socio è funzionale anche all’individuazione dei soggetti abilitati all’esercizio di particolari diritti, quale il diritto di recesso del socio dissenziente e l’impugnazione delle delibere assembleari.

Il contenuto della norma implica anche che non sia possibile esprimere in assemblea il voto segreto. Il voto assembleare deve essere palese.

Invalidità delle deliberazioni assembleari

Le deliberazioni prive di vizi sono valide e vincolano tutti i soci a prescindere che essi siano dissenzienti, astenuti o assenti. Questa è l’espressione del principio maggioritario; se invece la deliberazione non è conforme alla legge o all’atto costitutivo, questa è affetta da vizi.

I vizi possono essere di due tipi:

  • Possono comportare l’annullabilità della deliberazione
  • Possono comportare la nullità della deliberazione

Quali sono le cause di nullità?

  • Mancanza della convocazione dell’assemblea;
  • Mancanza del verbale;
  • Impossibilità o illiceità dell’oggetto

Per oggetto si deve intendere contenunto della delibera, l’oggetto è propriamente la materia su cui i soci sono chiamati a deliberare, ma in questo caso l’oggetto potrebbe essere perfettamente lecito, ma la deliberazione che ne deriva potrebbe avere un contenuto illecito. In questo caso, sebbene l’oggetto sia lecito, se il suo contenuto è illecito la delibera è nulla. Inoltre anche l’annullabilità deriva dalla violazione di una norma imperativa. Gli interpreti quindi decidono se la violazione comporti l’illiceità, quindi una causa di annullabilità, sulla base della natura della norma violata, in particolare della natura degli interessi che la norma violata protegge. Se si tratta di interessi generali e di interessi di terzi allora la violazione della norma provoca l’illiceità, quindi la nullità della deliberazione.

Le cause di nullità rappresentano vizi radicali, che possono essere rilevati e fatti valere da chiunque entro tre anni, o nei casi più gravi, senza limite di tempo. La nullità può anche essere rilevata d’ufficio dal giudice.

Il legislatore riduce però l’ambito di operatività del vizio che causa nullità. In questi casi si esclude la nullità, quindi la delibera è annullabile. La convocazione non si considera mancante se è irregolare, ma è comunque idonea a consentire al socio di venire a conoscenza della convocazione, della data e del luogo di svolgimento dell’assemblea e se proviene da membri dell’organo di amministrazione o di controllo interno della società.

Il verbale non si considera mancante se contiene la data e l’oggetto della delibera, ed è regolarmente sottoscritto. In questo caso il contenuto del verbale è sicuramente insufficiente a norma dell’articolo 2374, ma non si considera mancante. Si determina quindi una causa di annullabilità.

I soci che hanno ricevuto la convocazione, ma che hanno partecipato all’assemblea e hanno acconsentito, anche tacitamente, al suo svolgimento, non possono impugnare la delibera. La nullità può quindi essere fatta valere solo da coloro che erano assenti o che non hanno dato il proprio assenso allo svolgimento dell’assemblea. Inoltre la mancanza del verbale può essere sanata entro la data di svolgimento della successiva assemblea.

Gli espedienti adottati dal legislatore che riducono l’ambito di operatività del vizio, o che consentono la sanatoria del vizio sono preordinati a consentire la stabilità delle delibere assembleari, che è ciò che interessa al legislatore.

Questo perché il legislatore si preoccupa della certezza dei rapporti giuridici, in quanto società, sulla base delle delibere, effettua delle operazioni e acquista diritti e contrae obblighi. È questo l’obiettivo che si pone il legislatore anche nella stesura dell’articolo 2379 ponendo dei limiti alle impugnazioni delle delibere assembleari che hanno acconsentito ad operazioni di aumento, riduzione del capitale sociale o emissione di obbligazioni. Se la delibera viene dichiarata nulla, questa ha effetto nei confronti della società e di tutti i soci, ma restando salvi i diritti acquisiti in buona fede dai terzi in base agli atti compiuti in esecuzione della delibera.

Quando una delibera non può essere dichiarata nulla, quindi nei casi di irregolarità meno gravi, la deliberazione è annullabile. È previsto per questi casi un termine di impugnazione breve, 90 giorni, trascorsi i quali il vizio è come se non esistesse.

Possono impugnare le delibere annullabili gli amministratori e i sindaci, e i soci assenti, dissenzienti, astenuti che, anche congiuntamente, rappresentano il 5% del capitale sociale (nelle società chiuse) o l’1% del capitale sociale (nelle società aperte). Questo è quindi il “diritto delle minoranze”.

I soci che non hanno diritto di esercitare l’impugnazione, conservano comunque il diritto di ottenere il risarcimento del danno eventualmente subito derivante dalla delibera assunta contrariamente alla legge o allo statuto.

Anche quando si tratta di annullabilità il legislatore limita l’ambito di operatività del vizio.

Avviato il giudizio, nel tempo necessario perché arrivi la sentenza, la deliberazione non è sospesa, può quindi essere attuata ed eseguita dagli amministratori. L’impugnante può però richiedere al giudice, contestualmente all’impugnazione della delibera, la sospensione degli effetti della delibera. Se non si ottiene la sospensione immediatamente, l’impugnazione ha un valore relativo in quanto gli atti compiuti in esecuzione della sentenza che ne dichiara l’annullamento o la nullità.