Gli errori da evitare quando si sceglie il nome del brand aziendale

Scegliere il nome della propria azienda non è un passo semplice da compiere, tuttavia è senz’altro indispensabile per inizare a suo nome la propria attività commerciale. Dopotutto, il nome di un impresa può incidere in maniera incredibile sul suo fatturato futuro e sulla sua impressione verso la clientela: ricordiamoci sempre, come insegna la nobile materia economica del project management, che le decisioni prese all’inizio di un progetto hanno un’incidenza maggiore sul suo andamento rispetto alle successive e sono più difficili eventuale modifiche successive nonché procedimenti per ovviare ai danni realizzati.

Il primo passo per impostare un’azienda di successo parte dalla scelta del nome dell’azienda, si tratta di un passaggio importante tanto quanto la decisione della missione aziendale e su cui vale la pena investire le proprie risorse.

Errori nella scelta del nome del brand: esistono davvero?

Certamente, qualcuno potrà controbattere che sono esistite serenamente aziende di successo con pessimi nomi per il loro marchio; eppure questo tipo di affermazione potrebbe essere simile a chi affermi che esistono persone che hanno fumato tutta la vita e che sono vissute a lungo: la risposta da dare in questi casi è sempre la stessa, ovvero che “certo, esistono questo tipo di persone (in questo caso aziende) ma sono l’eccezioni fortunate e non la regola statistica generale”.

Gli errori di tipo legale nella scelta del nome del brand

Oltre alla possibilità di comunicare meglio al cliente i propri valori e la qualità dei propri servizi, costruendo un emozione intorno alla propria attività, trascurare la scelta del nome aziendale potrebbe portare a conoscere fastidiose problematiche di tipo legale legate al brand aziendale: prima di effettuare una scelta definitiva infatti è consigliabile confrontare con attenzione il registro delle imprese nonché l’elenco di marchi e brevetti registrati che potrebbero entrare in conflitto con il nuovo marchio a cui stavate pensando. La tutela del marchio può essere di vario genere e segue diverse regole, spiegate attentamente nel diritto commerciale, che vi invitiamo a leggere comodamente per qualche minuto, per evitare di commettere spiacevoli errori durante il processo di selezione del vostro brand aziendale.

Puoi cercare informazioni sul nome che vorresti scegliere per il tuo brand e la sua eventuale già occupazione da parte di un’altra azienda nei seguenti portali:

Attenzione all’errore più comune: scegliere un nome brand troppo limitante

Quando andate a creare una nuova azienda sicuramente una delle prime cose che avrete ben chiare sarà l’insieme dei servizi che vogliate andare a proporre, o perlomeno quale sia il settore dove vogliate introdurvi nel mercato. Scegliere un nome aziendale (attenzione, quindi non un brand riferito a un singolo ramo della vostra azienda) che limiti completamente le possibilità di apertura verso altri fronti del mercato potrebbe essere un problema che vi inizierebbe a colpire in futuro, incidendo sui vostri investimenti e sul panorama dei vostri servizi, ostacolandovi l’arrivo verso un portafoglio di servizi più orientato ai bisogni di mercato ed agli studi riferibili al ROI aziendale. Chiudersi verso nomi come “Coronedilaurea srl” potrebbe limitare il campo ad esempio a un fioraio, oppure scegliere “TelefonibuoniOkYes srl” per un negozio di elettronica potrebbe essere di ostacolo verso la vendita di altri prodotti riguardanti l’elettronica che in futuro potrebbero acquisire valore commerciale più rilevante dei telefoni. Chiaramente quindi lasciare uno spiraglio di servizi e possibilità verso nuovi sbocchi commerciali dell’azienda potrebbe rimanere positivo; certo è però che focalizzarsi può avere i suoi vantaggi, tuttavia per focalizzarsi non è necessario dare un nome limitante alla propria azienda ma semplicemenete imparare a dare un “brand” a reparti che si occupino di cose commercialmente diverse.

Nota: spesso questo tipo di errore nella scelta del nome della propria azienda viene compiuto in funzione geografica e regionale, pertanto se volete dare una tonalità classicamente legata al territorio, prima di effettuare questa scelta cercate di ponderare bene se i benefici superino le possibili conseguenze negative di questo tipo di scelta.

Gli errori derivanti dal trascuramento dell’internet nella scelta del nome aziendale

Se avete intenzione di creare un’azienda di grande rilevanza, l’eventuale registrazione dei domini di secondo livello inerenti ad altre aree geografiche nella quali siete certi di volervi posizionare in futuro potrebbe essere una buona idea, consentendovi di proteggervi rispetto a possibili modifiche e registrazioni riguardati l’intestazione del dominio internet a cui potreste essere un giorno interessati. Chiaramente non esagerate e usate la ragione prima di registrare 50 domini con estensioni date da nazioni diverse ma pensate di limitarvi solo a quelle verso cui siate sicuri di voler operare espandendovi in direzione di quel dato mercato.

A questo proposito, tenete presente che non è auspicabile nel ventunesimo secolo non essere presenti in rete; certamente è possibile anche limitarsi alle attività di social network o di ottimizzazione delle pagine business dedicate alla vostra attività, considerate però l’importanza di curare al meglio questi strumenti (o meglio, imponetevi di usarli al meglio) ed analizzate la possibilità di aprire un sito web dove pubblicare i vostri servizi e maggiori informazioni in merito.

Gli errori più comuni riguardanti la scelta delle parole per il nome brand: pronuncia e distrazione

Sarebbe meglio evitare giochi di parole e nomi che possano essere difficili da pronunciare: i primi potrebbero sviare l’attenzione dal brand verso le componenti del nome, i secondi invece potrebbero rendere difficile lo stesso ricordo del nome al cliente, vanificando buona parte dei vostri sforzi indirizzati verso la buona reputazione del vostro brand.

Una lettura consigliata per migliorare la comprensione degli argomenti appena esposti è questa lezione universitaria.

 

Perché devi migliorare il personal brand: i motivi per cui evitare di trascurare il proprio brand personale

La fiducia è uno dei fattori fondamentali per consentire una conversione da parte del cliente verso il proprio servizio; un marchio può fare seriamente la differenza in questo senso, sia per quanto riguarda la propria clientela che per quanto riguarda l’insieme dei fattori riguardanti la fiducia dei propri datori di lavoro.

Il marchio è fondamentale per fare una buona prima impressione alla clientela: non avrete seconde possibilità e presentare un marchio adeguato ai vostri prodotti e servizi potrebbe sicuramente migliorare le vostre possibilità di conversione.

Tuttavia se siete dei professionisti sicuramente sarete incappati in un dubbio piuttosto comune: usare un marchio aziendale o preferire un marchio di natura personale?

La separazione fra la propria reputazione personale e la reputazione aziendale infatti potrebbe cambiare radicalmente il vostro approccio commerciale ed è un fattore da ponderare con attenzione prima di prendere una decisione definitiva.

In questo articolo potete leggere alcuni punti interessanti riguardanti perché focalizzare la propria attenzione anche sul personal branding e non soltanto sul brand aziendale.

Quello che non ti dicono sul personal branding

In realtà tutti noi abbiamo già un brand personale, cosa che in effetti può costituire un punto a favore, specialmente se siamo riusciti a creare una reputazione con il nostro agire di tipo positivo. Per cercare informazioni sul vostro “brand personale” infatti basta una semplice ricerca Google o una ricerca Facebook o Linkedin.

Curare la propria immagine personale può sicuramente essere d’aiuto a prescindere dall’avere un marchio proprio aziendale: quando anche qualcuno dovesse cercare informazioni sulla vostra azienda cercando il vostro personale, trovando informazioni sul tuo brand personale tenderà a fidarsi maggiormente se questo sia ben costruito.

Stesso discorso vale anche per il tuo brand personale: osservando le tue caratteristiche personali infatti chi cerca informazioni, magari per un eventuale colloquio ad esempio, potrebbe trovare anche il tuo marchio aziendale e rimanere piacevolemente colpito. Per concludere questo paragrafo insomma potremmo parlare di una regola: “Il marchio non è un sistema chiuso”, ovvero è importante essere consapevoli che isolare un unico marchio dal proprio brand personale è un’operazione difficile e spesso inutile quando si parla di uno stesso settore.

Se invece siete avvocati ma possedete anche una società di pulizie, per fare un esempio a caso, forse distinguere il marchio il più possibile può essere un’ottima idea. Cercate di focalizzarvi non tanto sulla differenziazione di marchio ma piuttosto sulla differenziazione di settore.

Chi fa l’avvocato abbia il proprio marchio e non ne usi uno usato anche per consulenze finanziarie ad esempio; chi fa una cosa specializzata cerchi di creare un marchio o una sezione dei propri servizi separata.

Se invece siete ad esempio un commercialista e siete in dubbio se promuovere il vostro brand personale oltre che al marchio: fatelo!

La cosa potrebbe portare dei risvolti positivi, perché si parla di stesso settore e stesso ramo di attività.

La maggior parte dei datori di lavoro ad esempio utilizza i social media per selezionare il proprio personale: perché non approfittarne sapendolo?

L’importanza di curare il personal branding dei tuoi dipendenti

Curando il vostro profilo per rendere la migliore immagine pubblica possibile riuscirete più facilmente a essere selezionati. Anche se siete titolari di una vostra azienda e avete voi stessi dei dipendenti costruire un marchio personale legato ai vostri dipendenti potrebbe rafforzare l’immagine dei clienti verso l’azienda e la loro fiducia, condizionando il vostro volume di affari, permettendogli di crescere.

Cosa devi dunque ricordarti alla fine della lettura di questo paragrafo? Che se sei titolare di un’azienda o CEO di qualche società devi prendere comunque in considerazione l’idea di promuovere il personal branding dei tuoi dipendenti e non solo il marchio aziendale, aiutando così la tua impresa ad aumentare la fiducia dei clienti verso il tuo marchio aziendale, permettendoti un miglioramento di incarichi, custumer satisfaction e fatturato.

Comunicate la vostra missione usando il vostro brand personale

Un consiglio per creare un buon brand personale è quello di chiarire in ogni canale di comunicazione utilizzato dalla vostra figura, nei limiti del ragionevole (non significa riempire le proprie pagine della stessa cosa), quale sia la vostra missione e quali siano le vostre capacità personali.

Partita iva o dipendente? Quali sono i punti negativi della partita iva?

Aprire la partita iva o fare il dipendente? Un dubbio amletico

Non sempre aprire partita iva è la soluzione migliore: è normale provare un forte senso di dubbio quando si affronta una scelta del genere. Eppure i contro verso la partita iva sono tanti, abbastanza da portare avanti facilmente l’idea di desistere.

In questo post non si vuole affermare che sia meglio evitare l’apertura di una partita iva ma si vuole soltanto portare all’attenzione del lettore l’insieme delle avversità che potrebbero ostacolare l’ascesa della vostra partita iva verso il successo, in maniera da permettere ogni giusta presa di visione a riguardo.

Hai la partita iva? Potresti avere meno possibilità per riposarti

Anche se andasse bene l’andamento della tua partita iva potresti trovare un aspetto di questo tipo di lavoro frustrante: la mancanza di ferie. La possibilità di non riuscire a organizzarsi si fa concreta quando impegni e scadenze sembrano non terminare mai e ricaricarsi di continuo. Purtroppo non sempre è possibile fare per il meglio e potrebbero esserci meno ferie del previsto. Purtroppo è la situazione di molte partite iva.

Hai la partita iva? Potresti avere meno tutele per la salute

Fortunatamente oggi a differenza del passato è possibile chiedere l’indennità di malattia; sfortunatamente però l’insieme delle tutele offerte al titolare di partita iva in ambito sanitario non sono ancora del tutto equiparate a quelle del lavoratore dipendente.

La tassazione per le partite iva? Potrebbe scottarvi!

Purtroppo le tasse in Italia per le partite iva sono piuttosto elevate, sebbene suddivise in scaglioni. Maggiore è il numero dei guadagni maggiore è l’importo che dovrà essere pagato. Questo non sarebbe dopotutto niente male, se non giusto, ma purtroppo le aliquote sono molto alte e si può arrivare a pagare percentuali davvero alte a seconda dei guadagni, ritenute da alcuni giustsamente più alte, ma esagerate, e un motivo alla disincentivazione dell’investimento; un aiuto in questo senso, o almeno un attimo di respiro per l’imprenditoria, è stato dato dal regime forfettario.

Con la partita iva non avrete uno stipendio sicuro: le vostre entrate potrebbero variare

Avere una partita iva non significa avere uno stipendio “sicuro”. Certamente, dopotutto, si potrebbe replicare che non esiste uno stipendio sicuro, neppure da dipendente, in quanto se l’azienda non riuscisse ad andare bene, per quanto possiate avere maggiori tutele rispetto a un titolare di partita iva, potreste comunque essere licenziati. L’incertezza dei guadagni potrebbe essere un problema solido per chi non si sentisse sicuro del flusso dei propri guadagni. Peraltro è anche vero che la mancanza di una sicurezza sui guadagni potrebbe portare a un aggravarsi della situazione dovuto alla mancanza del sussidio di disoccupazione: chi abbia partita iva ma non riesca a operare dei guadagni purtroppo non riceve un aiuto dallo stato uguale a quello che riceverebbe un dipendente: anzi diciamo che di aiuti non ne vede proprio, specialmente se chiude la propria attività prima dei cinque anni necessari per ottenere l’indenizzo di cessatà attività.

Per aprire partita iva è importante essere forti e mantenere la propria visione sull’azienda

Chi voglia aprire partita iva deve essere una persona forte, per se e per coloro che gli stanno a fianco e gli sono cari: è necessario mantenere la propria determinazione e compiacersi di svolgere un lavoro con la propria forza di volontà e le proprie energie, cercando di trovare le chiavi giuste per una crescita e un futuro sempre più roseo: la partita iva è adatta a chi voglia confrontarsi con sfide sempre maggiori… alcuni lo paragonano a uno sport estremo!

Conclusioni

Avete deciso di aprire partita iva o siete ancora indecisi? Oppure la lettura di questo articolo vi ha permesso di toccare punti che non avevate considerato sfavorevoli alla partita iva? Qualunque cosa abbiate deciso, sappiate che dovrete essere determinati ad analizzare ogni aspetto, specialmente per chi ha optato per la partita iva, che dovrà letteralmente programmare da sé il proprio futuro e le proprie speranze.

Il sistema del tasso di cambio fisso nelle operazioni di cambio valute: caratteristiche e storia

Il fixed exchange rate system è un sistema di cambio ancorato delle valute, chiamato in italiano “sistema del tasso di cambio fisso”, tramite il quale sia possibile operare in regimi di cambio, tramite l’uso del valore di una data valuta come ancora verso un altra o verso un insieme di valute o verso la misura del valore di un tipo di beni, come usualmente viene compiuto riguardo oro e argento. Normalmente la valuta viene fissata da organi di autorità monetaria.

A cosa può servire utilizzare il tasso di cambio fisso per una valuta?

Tramite l’uso di tassi di cambio fisso è possibile rendere stabile nel tempo il valore di una data valuta, permettendo che questa rimanga rimanga, lungo il suo valore, ancorato ad una seconda valuta e al suo valore o ancorato, come già detto, ad altri beni o insiemi di valute.

Tramite la stabilizzazione del valore delle valute sarebbe possibile supportare gli investimenti all’interno delle valute più importanti, usate solitamente come ancore per le altre. Un altro fattore a vantaggio del cambio fisso è il fatto che sia possibile in questa maniera limitare l’inflazione della valuta ancorata; tuttavia la valuta ancorata sarebbe soggetta a fluttuazioni basate sul comportamento della valuta ancora, che a seconda delle sue variazioni positive e negative sul mercato potrebbe incidere pesantemente sulla valuta ancorata. Potrebbe tuttavia essere da considerare complicato lo sforzo, a seconda della situazione, sostenuto dalla banca centrale dello stato che ancora la valuta, per mantenere la stessa ancorata, mediante numerose operazioni di acquisto e vendita della moneta a seconda della situazione. In realtà il metodo di cambio valute forex fixing, con tasso di cambio fisso, è stato da tempo abbandonato dagli stati, che oggi utilizzano prevalentemente sistemi basati su regimi di fluttuazione controllata.

La storia del tasso di cambio fisso e il suo conseguente abbandono

Uno degli esempi storici di sistema di scambio a tasso fisso fu il sistema del gold standard, che utilizzava le riserve auree come ancoraggio delle valute, e il sistema di Bretton Woods, che utilizzava il dollaro USA come riserva; tale sistema venne sostituito dal sistema del tasso di cambio fluttuante a partire dal marzo del 1973.

Sebbene il tasso di cambio a tasso fisso permetta di migliorare la reputazione e la credibilità delle banche centrali, che risulterebbero più affidabili legandosi alle valute maggiormente considerate, o permetta l’eliminazione del rischio di tasso di cambio (a cui sarebbe comunque possibile in parte, si presuppone, per gli intermediari che effettuino l’acquisto, porre un freno grazie all’esistenza di strumenti finanziari appositi e dei contratti stipulati mediante tassi a pronti o tassi a termine) e la speculazione nei mercati valutari, oltre che una fluttuazione eccessiva e volatile dei prezzi, gli svantaggi sono caratterizzati dalla mancata libertà di una politica monetaria indipendente per gli stati, dalla possibilità che si presenti una crisi valutaria (una scarsità delle riserve) o che non sia possibile consentire alla propria bilancia commerciale di riequilibrarsi in maniera automatica.

Definizione di “neuromarketing”: cos’è il neuromarketing? La “psicologia” della pubblicità

Che c0s’è il neuromarketing?

Il neuromarketing è un ramo delle neuroscienze della decisione, focalizzato nell’ambito della comunicazione commerciale improntata per il marketing all’interno del mercato; gli strumenti per cui si distingue il neuromarketing sono l’analisi azione-reazione dei clienti verso attività senso-motorie e cognitive, nonché sulla valutazione dei comportamenti affettivi e sulla loro relativa implicazione all’interno del percorso di marketing.

La definizione di neuromarketing

Più semplicemente, potremmo dire che il neuromarketing è un campo di studio riferito alla comprensione e all’analisi del comportamento di acquisto dei clienti, applicato secondo un ambito logico e migliorativo. Il neuromarketing si pone così come strumento da impiegare per il miglioramento delle conversioni delle campagne di marketing, consentendo un approccio più performante.

Il neuromarketing è quindi una combinazione di analisi psicologiche, analisi di marketing e analisi neuroscientifiche, riferibili al proprio pubblico di cui si ha interesse, e applicate ai mercati secondo le metodologie così determinate.

Gli strumenti usati nel neuromarketing

Per effettuare analisi di neuromarketing vengono applicate, a seconda dello studio e dei suoi obiettivi, analisi EEG, analisi riguardanti il movimento degli occhi, analisi a mezzo di risonanze magnetiche e analisi a mezzo magnetoencefalografia; alcuni studi possono invece essere supportati anche dall’elaborazione dei big data.

Quando viene effettuato uno studio di neuromarketing quindi gli operatori di analisi scelgono determinati stimoli da trasmettere al campione oggetto di studio e tramite gli strumenti già citati, analizza la risposta degli esaminiati, avendo cura di esaminarne gli aspetti cognitivi, emozionali e inconsci.

Come imparare il neuromarketing?

Purtroppo non esiste niente di più completo, anche oggi, di un corso integrale di neuromarketing per imparare la disciplina e le sue peculiarità. Di sotto abbiamo selezionato due dei libri più rilevanti per imparare il neuromarketing, facilmente acquistabili online.

Il libro “Neuromarketing” di Martin Lindstrom

    • Titolo: “Neuromarketing – attività cerebrale e comportamenti d’acquisto”
    • Autore: Martin Lindstrom
    • Numero di pagine: 240 pagine
    • Editore: Apogeo Education;
    • Data di prima edizione: 19 settembre 2013
    • Lingua: Italiano
    • Prezzo: Prezzo su Amazon
Il libro “Neuromarketing e Scienze Cognitive per vendere di più sul web. Il modello Emotional Journey” di Andrea Saletti
  • Titolo del libro: “Neuromarketing e Scienze Cognitive per vendere di più sul web. Il modello Emotional Journey”
  • Autore: Andrea Saletti
  • Numero di pagine: 416 pagine
  • Editore: Flaccovio Dario
  • Collana: Web book
  • Lingua: Italiano
  • Prezzo: Prezzo su Amazon

Esercizio risolto su come trovare il tasso i in regime di capitalizzazione composta (esempio di matematica finanziaria)

Capita spesso agli esami di matematica finanziaria che venga richiesta la soluzione di un esercizio riguardante la capitalizzazione composta e il tasso i da trovare, conoscendo eventuamente il montante.

In questa lettura potrai osservare un esercizio di questo tipo risolto, ecco il testo dell’esempio che andremo a calcolare:

Si decide di impiegare secondo il regime di interesse composto annuo al tasso i il capitale pari a 3000€; dopo un lasso di tempo pari a due anni si decide di prelevare la metà esatta del montante che è stato prodotto sino a quel momento a partire dal tempo iniziale.
Passati altri 2 anni si decide di prelevare ancora una volta, stavolta dal nuovo montante, per un totale di un quarto di quest’ultimo; sappiamo che nel conto sono rimasti 7900 euro.
Si provveda quindi a calcolare il tasso i a cui è stato impiegato il capitale.

Soluzione dell’esercizio

Sappiamo che il capitale iniziale all’inizio dell’investimento è pari a 3000 euro e che prima del primo prelievo sono passati in tutto 2 anni.

Il montante ottenuto alla fine dei due anni pertanto sarà pari a:

Montante 1 = 3000*[(1+i)^2]

Quindi passati due anni si ritirerà metà del montante, ovvero {3000*[(1+i)^2]}/2.

Essendo il montante diviso a metà, il nuovo capitale con cui riprendere l’investimento sarà pari a C= 3000*[(1+i)^2]/2

Quindi a questo punto passano altri 2 anni prima del nuovo prelievo dal nuovo montante; il nuovo montante sarà quindi pari a:

Montante 2 = {3000[(1+i)^2]/2}[(1+i)^2]

Scegliendo di prelevare un quarto del nuovo montante e sapendo che dopo il prelievo nel conto rimangono 7900 euro potremo scrivere che:

Montante 2 – [(Montante 2)/4)] = 7900

Ovvero in numeri:

{3000[(1+i)^2]/2}[(1+i)^2] – {3000[(1+i)^2]/2}[(1+i)^2]/4 = 7900

Quella che rimane è un’equazione che, posto (1+i) = x va risolta nella seguente maniera:

{1500[(1+i)^2]}[(1+i)^2] – {375[(1+i)^2]}[(1+i)^2] = 7900

{1500[x^2]}[(x^2] – {375[(x^2]}[(x^2)] = 7900

{1500[x^4]} – {375(x^4)} = 7900

{1500[x^4]} – {375(x^4)} = 7900

1125 x^4 = 7900

x^4 = 7,0222

Sostituendo alla x = (1+i) quindi potremo scrivere:

(1+i)^4 = 7,0222

Estraiamo la radice quarta di 7,0222 e otteniamo:

(1+i) = 1,62786

i = 0,62786

Ti piacerebbe confrontarti con altri esercizi di matematica finanziaria sulla capitalizzazione composta e sui tassi? Leggi questa lezione dell’università di Ferrara, troverai molti esercizi svolti e degli esempi validi.

Ritenuta d’acconto: riassunto breve (diritto tributario)

La ritenuta d’acconto consiste in una ritenuta la quale viene gestita dal datore di lavoro verso il proprio fornitore o verso un proprio collaboratore a scopo di raffigurare un anticipo nei confronti delle imposte del collaboratore.

Il meccanismo della ritenuta d’acconto rappresenta quindi una trattenuta riguardante l’imposta reddito sulle persone fisiche o l’imposta sul reddito delle società.

Attualmente si contano numerose tipologie di ritenuta d’acconto; quelle maggiormente utilizzate sono ad ogni modo di due tipi: le ritenute a titolo di acconto e le ritenute a titolo di imposta.

Il compiti del datore di lavoro per le ritenute d’acconto

Cosa deve fare quindi il datore di lavoro? Prima di tutto individuare il tipo di ritenuta d’acconto che dovrà essere effettuato, dopodiché calcolare l’ammontare utilizzando le corrispondenti aliquote (puoi usare questo strumento per fare prima) e quindi separata la parte da versare all’erario da quella da versare come compenso netto al lavoratore provvedere tramite modello f24 presso l’agenzia delle entrate, individuando ovviamente il corrispettivo codice tributo (di solito 1040).

Quali sono i limiti temporali in questo caso? Il limite è da attribuirsi al mese a venire successivo rispetto al giorno in cui è stata pagata la parcella, attualmente di preciso entro il 16 del mese a venire.

I compiti del prestatore di lavoro per le ritenute d’acconto

Chi presta il lavoro e riceve quindi il corrispettivo per le attività svolte deve semplicemente procedere a rendere conto del compenso ricevuto all’interno della propria dichiarazione dei redditi; chiaramente per farlo avrà necessità di ricevere la certificazione unica, che dovrà essere inviata dal datore di lavoro.

Esistono delle limitazioni verso i soggetti a cui è possibile applicare la ritenuta d’acconto?

In realtà bisogna sempre tenersi aggiornati per evitare di rimanere indietro ma in generale, almeno per adesso, la ritenuta d’acconto è d’obbligo per tutte le persone fisiche che conducono attività imprenditoriale o professionale o artistica, nonché per le società di capitali che si trovano in qualità di residenti all’interno del territorio italiano, così come anche le associazioni non riconosciute, gli enti pubblici e privati, le società o gli enti che non hanno residenza in Italia, i Gruppi europei di interesse economico, la pubblica amministrazione, le imprese agricole, le società di persone.

Su cosa è possibile emettere una ritenuta d’acconto?

Normalmente è la forma necessaria per i compensi sui lavori autonomi come ad esempio le prestazioni occasionali, gli utili spettanti ai soci di società per azioni e società a responsabilità limitata, sulle vendite di diritti d’autore o dei diritti derivanti dall’ingegno.

In che cosa consiste la prestazione occasionale?

La prestazione occasionale riguarda un’attività lavorativa che viene svolta in modo saltuario, ovvero senza alcun vincolo tra prestatore del lavoro e l’imprenditore; ci troviamo quindi in una situazione priva di continuità e di coordinamento.

Il corrispettivo pattuito viene versato dal committente dietro presentazione di ricevuta fiscale da parte del lavoratore che ha svolto l’attività; l’attività deve essere prevista da contratto.

A livello fiscale quando non vengono superati i 4800 euro lordi di compenso annuo non esiste l’obbligo di redazione della dichiarazione dei redditi; nel caso in cui ad ogni modo non si superino i 4800 euro è consigliabile fare comunque la dichiarazione dei redditi, pur non essendo questa obbligatoria, per poter ricevere il rimborso fiscale delle somme trattenute in ritenuta.

Chi superi i 5000 euro lordi annui dovrà versare i contributi inps per la somma che vada a superare i 5000 euro, quindi ad esempio nel caso in cui si fossero ottenuti 6800 euro nel corso dell’anno si dovrà versare nei 1800 euro di eccedenza i contributi inps.

Importante è poi il fatto che esistano catergorie di lavoratori che non possono utilizzare la prestazione occasionale, come ad esempio i dipendenti pubblici, i dipendenti di enti sportivi nonché l’insieme di dipendenti facenti parte di categorie amministrative.

Il limite dei 30 giorni nella prestazione occasionale

Le condizioni temporali della ricevuta di prestazione occasionale riguardano il divieto di superamento dei 30 giorni lavorativi all’interno dell’anno solare, che comporterebbero quindi la perdita dell’occasionalità e indicherebbero invece un’abitualità; quindi non si deve lavorare per un totale di 30 giorni continui o discontinui all’interno dell’anno solare per lo stesso datore di lavoro per poter utilizzare la ricevuta di prestazione occasionale.

I dati obbligatori nella ricevuta di prestazione occasionale

Nella ricevuta che verrà rilasciata dal lavoratore per poter ricevere il compenso sono obbligatori i seguenti dati:

  • 1) Inserimento dei dati personali del committente (quindi codice fiscale o partita iva);
  • 2) I dati personali del prestatore d’opera, compreso il codice fiscale;
  • 3) L’inserimento dei dati necessari per identificare la ricevuta, come il numero della ricevuta e la data;
  • 4) Una breve descrizione dell’attività che è stata svolta per il committente;
  • 5) Deve essere riportato il compenso lordo;
  • 6) Deve essere inserito l’importo dovuto per la ricevuta d’acconto;
  • 7) L’inserimento del totale complessivo da pagare al netto della ritenuta d’acconto.

Ricordiamoci sempre, visto che è un errore frequente per molti studenti, di distinguere la ricevuta di prestazione occasionale dalla ritenuta d’acconto.

Fork Bitcoin: cos’è? (Economia delle criptovalute)

Ci sono state significative notizie e sviluppi nelle ultime settimane sui cambiamenti alle reti della criptovaluta Bitcoin: questi sono meglio conosciuti come “fork“.

Cos’è il Fork Bitcoin? Scopriamolo in questa guida di approfondimento, tratta dal sito di News su criptovalute cripto-valuta.net. :

Cos’è una il Fork Bitcoin?

Il Fork non è altro cheuna modifica apportata al software della criptovaluta che crea due versioni separate della blockchain con una cronologia condivisa.

Il termine Fork significa “forchetta”, “forcone”, ma anche “biforcazione”.

Le “forcelle” possono essere temporanee, della durata di alcuni minuti, o possono essere una divisione permanente nella rete, venendo a creare due versioni separate della blockchain.

Quando ciò accade, vengono create anche due diverse valute digitali o criptovalute.

Il fork del Bitcoin è una biforcazione della Blockchain, un registro pubblico che contiene tutte le transazioni della criptovaluta.

Alla base del Bitcoin c’è una lunga “catena di blocchi” collegati in cui vengono memorizzate tutte le transazioni digitali.

Questa separazione si chiama “fork”, o biforcazione: la catena si sdoppia solo a partire dal momento in cui il nuovo protocollo si impone.

Per capire meglio, fino al momento del fork, la catena rimane unica, per poi biforcarsi.

Una “forcella” influenza la validità delle regole. Le Fork vengono generalmente eseguite per aggiungere nuove funzionalità a una blockchain e per invertire gli effetti di hacking.

Hard Forks che dividono il Bitcoin: quali sono?

Le Hard Forks che dividono la criptovaluta Bitcoin sono conosciute come “split coins”: esse hanno origine dalla modificazione di alcune regole della blockchain e mediante la condivisione di una cronologia delle transazioni con il Bitcoin.

Il primo hard fork che ha scisso il Bitcoin è avvenuto il 1˚ agosto 2017, con la creazione del Bitcoin Cash.

Di seguito è riportato un elenco di Hard Fork che suddividono la criptovaluta Bitcoin per data e/o blocco.

#1. Bitcoin Cash

Il Bitcoin Cash è stato battezzato il 1° agosto 2017 quando un gruppo di sviluppatori, che desideravano aumentare il limite di dimensioni del blocco del Bitcoin, ha pianificato un cambiamento del codice.

Il cambiamento, meglio conosciuto come Hard Fork, è entrato in vigore il 1° agosto 2017.

Di conseguenza, la criptovaluta è stata divisa in due ed al momento della Fork, chiunque possedesse Bitcoin era in possesso dello stesso numero di Bitcoin Cash.

#2. Bitcoin Gold

Bitcoin Gold è una valuta digitale ed un Hard Fork del Bitcoin, la criptovaluta “open source”.

L’obiettivo dell’hard fork è quello di ripristinare la funzionalità di mining con le GPU (Graphics Processing Units), in sostituzione dell’estrazione con ASIC specializzato (chipset personalizzati), utilizzato per estrarre Bitcoin.

Il mining di GPU con la tecnologia ASIC è un’ottima soluzione: questo tipo di hardware è omnipresente e consente a chiunque di eseguire attività di mining con un computer portatile connesso alla Rete Internet.

#3. Bitcoin SV

Il Bitcoin SV è un fork del Bitcoin Cash (BCH), il cui obiettivo è quello di ripristinare il protocollo originale come definito dalla versione 0.1 di Bitcoin.

Attualmente Bitcoin SV vanta blocchi con una dimensione massima di ben 128 MB contro i 32 MB massimi per blocco previsti per il Bitcoin Cash, mentre Bitcoin ad 1 MB.

Nel prossimo recente futuro questo limite verrà ulteriormente innalzato e passerà dagli attuali 128 MB ai 512 MB per blocco nei prossimi sei mesi, per poi passare a blocchi da 2 GB.



Definizione ed esempi di “mansioni”, “qualifiche”, “categorie” nel diritto del lavoro

Cosa sono le “mansioni” nel diritto del lavoro?

Le mansioni sono identificabili come quell’insieme dei compiti che il prestatore di lavoro è valutato ad adempiere nel corso del contratto di lavoro; potremmo identificare le mansioni come l’oggetto della prestazione lavorativa.

Definizione di qualifica nel diritto del lavoro

A differenza delle mansioni invece la qualifica si identifica come il riassunto sotto forma di concetto dell’insieme delle attività lavorative a cui il lavoratore è tenuto.

Definizione di categoria nel diritto del lavoro

Ultima definizione importante è quella di categoria: la categoria è quel principio di livello più elevato di ordinamento in cui si ha la collocazione dei lavoratori.

Esempi di mansioni, qualifiche e categorie nel diritto del lavoro

Oltre alle definizioni di mansioni, qualifiche e categorie nel dirito del lavoro potrebbe essere utile fare qualche esempio: un tipo di mansione potrebbe essere quella di addetto alle vendite, la qualifica potrebbe essere quella di commerciale, oppure di responsabile delle vendite ad esempio.

Un esempio di categoria invece, che va a indicare un quadro generale di classificazione può essere ad esempio quello di operaio, dell’impiegato, del quadro e del dirigente.